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Il mio Galagol, Alba che intervista Boutros Ghali e l’Italia dei Jalisse

La prima cosa cui ho pensato, vedendo i giornali che per giorni parlavano dei Jalisse venticinque volte scartati da Sanremo, non è stato Il Gattopardo, o Harry Potter, o Tre metri sopra il cielo; la prima cosa cui ho pensato non sono le opere che ci si pente d’aver scartato quando diventano successi clamorosi, e che ognuno di noi mitomani usa come scusa (non è che sono una pippa: è che mi rivaluteranno da morta).

La prima cosa cui ho pensato è l’inverno del 1996, un anno prima dell’inverno di Fiumi di parole, la canzone dei Jalisse che nel ’97 vinse Sanremo.

Nell’inverno del 1996 lavoravo come autrice di Galagol. Non l’edizione che rese famosa la Parietti, la conduttrice con lo sgabello incorporato. Quella era stata nel 1990, e da allora erano passati, per la carriera di Alba, seicento anni. Aveva condotto La piscina e Sanremo, i Telegatti e Serata mondiale: Cecchi Gori aveva comprato Tmc e aveva coperto di soldi la ormai star per tornare dove aveva debuttato.

Ci sarebbero molte cose da dire di quell’edizione di Galagol, in cui c’era una valletta vestita da pornoinfermiera per l’invenzione della quale oggi ci arresterebbero tutti, ma non c’entrano con quel che riguarda i Jalisse.

La conferenza stampa di presentazione del programma lasciò disperati gli adulti che lavoravano a Galagol (non me, che avevo ventitré anni e non capivo nientissimo di niente): si era parlato di tutto tranne che di noi. In particolare, Alba aveva dirottato i titoli sul fatto che nei giorni successivi, su Rai 1, avrebbe intervistato Boutros Ghali, allora segretario generale dell’Onu.

Non lo intervistava nel senso proprio del termine: faceva parte d’una platea di gente famosa, e ognuno dei famosi faceva un paio di domande a Ghali – ma questo era del tutto irrilevante, come Alba sapeva già allora e io ci avrei messo anni a imparare. Non è che io non dica che ho scritto sul New York Times solo perché ci ho scritto una volta sola, no? E quindi, da venticinque anni, a ogni intervista Alba Parietti fornisce a sé stessa la legittimazione culturale che crede le serva: io ho intervistato Boutros Ghali.

E quindi, da ventiquattro anni, i Jalisse possono dire che la loro unica canzone nota è ascoltatissima (a Roma è stata a lungo la musica d’attesa d’un radiotaxi: chissà quanto vale in royalties) e che è una cosmica ingiustizia – nonché un complotto, nonché un’evidenza del loro essere invisi ai poteri forti – che le successive proposte siano state tutte scartate. Qualcuno (l’ultimo per ora è Luca Dondoni, ieri sulla Stampa) prova a obiettare: ma non è che sono canzoni brutte? E loro: ma cosa dice, hanno avuto successo all’estero (che è una formula di prestigio percepito persino più vaga di «ho intervistato Boutros Ghali»).

Nessuno però ricorda mai, ai venticinque volte scartati, cosa concorreva a quel Sanremo 1997. Nessuno dice mai ai due tapini che hanno tutto il diritto alla loro mitomania e a percepirsi talentuosi, ma avrebbero anche diritto a un contraddittorio con una qualche prospettiva storica (o almeno con uso di Google): scusate, ma non vi pare che la Vero amore dei Ragazzi italiani fosse vertiginosamente più orecchiabile? Ma non vi pare uno scandalo che Confusa e felice, che quasi venticinque anni dopo è ancora la canzone più squarciagolata anche da chi non è particolarmente fan di Carmen Consoli, neppure fosse arrivata nella selezione finale? E soprattutto: ma non vi vergognate come degli scippatori colti in flagranza di reato ad aver vinto contro …E dimmi che non vuoi morire, per la quale la definizione di «capolavoro» mica lo so se basta?

Non vi pare che la notizia non siano le venticinque volte che non vi hanno preso ma il fatto che abbiate, santiddio, vinto contro quella Patty Pravo lì? Non dovreste ogni Sanremo, invece che riproporre una nuova canzone per il concorso, come rituale andare a casa della Strambelli (ma pure a casa di Vasco e di Curreri, che le avevano scritto il capolavoro) a scusarvi?

«Cerchiamo di non perdere la dignità come artisti», dicevano ieri i Jalisse, fingendo di non sapere che l’ambiente musicale è (particolarmente quest’anno) pieno di scartati da Sanremo assai più famosi di loro, i quali però si guardano bene dal fare post, comunicati, e raccontare «Mattarella ci ha chiesto il disco» (povero Mattarella, tirato in mezzo a tutte le stronzate di questo povero paese, e pure fatto sembrare uno che i dischi non se li compra se non glieli omaggiano). Insomma: gente che non perde la dignità.

E che però, contando sulla forza delle canzoni (non è che se ti scartano a Sanremo il tuo pezzo non possa poi uscire ed essere un successo, eh), e tacendo sulla bocciatura sanremese in questo dignitoso modo, non è come i Jalisse ogni sei mesi sui giornali senza aver raggiunto alcun traguardo artistico (l’ultima volta era appunto stata la lagna «Mattarella ci ha chiesto il disco ma a Sanremo non ci vogliono», a maggio).

Al povero Dondoni che ieri faceva presente «Le classifiche di Spotify però parlano chiaro: Fiumi di parole ha ottenuto a oggi 1 milione e 500mila ascolti, ma gente come Rkomi o Blanco questi ascolti li fa in un giorno», i mitomani che quest’epoca si può permettere non rispondevano «anche Lucio Dalla fa pochi streaming, ma è la storia della musica», macché. La risposta faceva così: «Ma quello non è il pubblico che ci vuole a Sanremo. Basta andare su internet e vedere che dopo il mio post si è scatenato un mondo di persone che ci stanno sostenendo». Cioè: la gente non ci clicca su Spotify ma ci cuoricina su Instagram. Ascoltarci col cazzo, ma solidarizzare son tutti pronti.

Avessero un qualche talento per la comunicazione, imparerebbero da chi sa durare anche molto dopo aver finito le cose da dire: se non Guterres, dovrebbero fare in modo d’intervistare Mattarella. Altro che «ci ha chiesto il disco»: abbiamo fatto un’intervista a Mattarella su Zoom, in sottofondo si sentiva che ci stava ascoltando su Spotify.

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